In tanti a Ponte Chiasso contro le frontiere assassine

Le condizioni meteorologiche decisamente avverse di domenica 25 febbraio non hanno impedito lo svolgimento della XXI edizione della Marcia organizzata dalla rete Como senza frontiere per ricordare i nuovi desaparecidos, migranti dispersi o morti nel corso del loro viaggio dai paesi di origine all’Europa. La manifestazione ha coinvolto  un’ottantina di persone che con i cartelli dei tanti desaparecidos hanno denunciato il dramma dei tanti migranti morti attraversando frontiere assassine come il confine italo-svizzero, situato a pochi passi dal luogo della Marcia, il piazzale Anna Frank a Ponte Chiasso, presso la chiesa della Beata Vergine Immacolata. La chiesa il cui parroco, don Renzo Beretta, ucciso nel 1999, è oggi ricordato troppo poco per il suo impegno anche al di là delle leggi nell’aiuto ai migranti. 
Solo il 20 gennaio scorso, una persona ancora non identificata moriva travolta da un treno a Balerna, località in cui un fatto analogo era successo un anno fa, il 27 febbraio 2017, allorché Diakite Yoursouf, giovane maliano, perse la vita fulminato sul tetto di un Tilo da una scarica elettrica.
Ci vollero mesi prima che Yoursuf fosse identificato dalle autorità svizzere. La rete Como senza frontiere chiede ora di procedere tempestivamente al riconoscimento di quella che è soltanto la vittima più recente, e più geograficamente vicina, delle migrazioni sul confine italo-elvetico. Confine che per i residenti locali, come ha ricordato in apertura il discorso letto  da Fabio Cani, portavoce della rete, «fa parte del nostro vissuto quotidiano», tanto da risultare  «familiare, quasi indifferente». Eppure, la stessa linea di frontiera per noi quasi “invisibile” è vissuta da molte persone come un ostacolo pericoloso, potenzialmente letale, senza che venga meno il bisogno di attraversarla con ogni mezzo, nel tentativo di ricongiungersi ai familiari nell’Europa centrale e settentrionale o, più in generale, per raggiungere condizioni di vita dignitose, fuggendo dalle catastrofi ambientali, dalle guerre, dalla prigionia, dallo sfruttamento. Non di scelta si tratta, in altre parole, ma piuttosto di costrizione, spesso determinata dagli interventi in loco da parte di quella stessa Europa che vorrebbe poi chiudersi a riccio contro le “invasioni” esterne, con le conseguenze che sappiamo: arresti, deportazioni (negli hotspot sulle sponde italiane del Mediterraneo o in paesi notoriamente pericolosi per i migranti e irrispettosi dei diritti umani e con i quali sono però stati stipulati accordi di rimpatrio o riammissione, tra cui la Libia e la Turchia), grave marginalità socio-economica (con la riabilitazione della xenofobia viscerale che ne deriva), morti. Morti per mare, a migliaia ogni anno (almeno 380 nel solo 2018), morti nei campi di detenzione, o fuori dagli stessi, morti sul confine. Diventa perciò un dovere etico, prima ancora che civile, quello di destare sensibilità sulle implicazioni di questa gestione assassina delle migrazioni, non solo nella politica, di qualsiasi raggio essa sia (come ricordato nel suo intervento da Manuela Serrentino, in contemporanea alla marcia di Como senza frontiere, era incorso una manifestazione davanti al Parlamento europeo a Bruxelles) ma anche, innanzitutto, nella società.

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Molti gli interventi svolti durante la marcia alla quale ha partecipato anche una nutrita delegazione svizzera. Sono intervenuti Celeste Grossi, Emanuela Fraquelli, don Giusto della Valle con un gruppo di migranti che hanno  pregato nella loro lingua per le vittime della frontiera,  esponenti di Como accoglie e di Senza voce, del sindacato svizzero Un1a e in conclusione Massimo Gatti, candidato presidente per Sinistra per la Lombardia, e il Combonaino padre Piercarlo che ha ricordato don Renzo Beretta e il suo coraggio nell’accoglienza che oggi sembra generalmente mancare.

In questi ultimi giorni, è successo più di una volta che i residenti di origine non italiana abbiano preso parte attiva e propositiva alla vita pubblica locale, nelle sue dimensioni politica, sociale e culturale, dimostrando consapevolezza, coinvolgimento, desiderio (e bisogno) di partecipazione. Si è visto allo Spazio Gloria giovedì 22 febbraio, quando un pubblico multietnico ha assistito con interesse alla proiezione del film biografico My name is Adil, il cui narratore [guarda l’introduzione di Alida Franchil’intervista di Andrea Quadroni], intervenuto per l’occasione, ha vissuto personalmente un’esperienza di migrazione e integrazione transculturale. È successo oggi, appena tre giorni dopo, con una delle marce più partecipate delle più di venti che Como senza frontiere ha organizzato dal 2016 in avanti. Speriamo continui a succedere, con cortei sempre più numerosi e variegati, sempre più diffusi in Italia e in Europa, ovunque ci sia bisogno di un confine da aprire alla mobilità umana. [Alida Franchi, ecoinformazioniGuarda le foto di Alida Franchi della manifestazione

 

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Una risposta a In tanti a Ponte Chiasso contro le frontiere assassine

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

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