Migranti e diritto alla salute

Il 7 aprile è stata la Giornata mondiale per il diritto alla salute, il 10 è la Giornata contro la mercificazione della salute. Lo scopo di queste “ricorrenze” è richiamare i cittadini, le istituzioni e le forze politiche e sociali a non dimenticare questo diritto a favore di tutti gli individui del pianeta.

Questo dovrebbe valere soprattutto in tempo di pandemia. Siamo tutte e tutti vulnerabili davanti al Covid-19, un virus che ha dimostrato di non discriminare nessuno. La pandemia può essere controllata solo con un approccio inclusivo, capace di proteggere il diritto alla vita e alla salute di ogni individuo. Ce lo ricorda la Costituzione Italiana, che all’articolo 32 recita che «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Non agli indigenti italiani, o ai cittadini indigenti, ma a tutti gli indigenti. E lo ricorda anche il decreto legislativo 286 del 25 luglio 1998, che all’articolo 35, comma 3, dice che «ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all’ingresso ed al soggiorno sono garantite le vaccinazioni secondo la normativa e nell’ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva».

Ciononostante, molte persone indigenti, rifugiate, sfollate e migranti rimangono a grandissimo rischio. Chi è fragile ha meno possibilità di proteggersi e, senza alcuna copertura sanitaria, spesso senza nemmeno gli strumenti e le possibilità di accedere alle cure sanitarie, è esposto a un rischio enorme, nel caso dovesse ammalarsi. Per molte e molti di loro è un lusso poter chiamare un dottore quando stanno male, lavarsi le mani ogni volta che occorre o praticare il distanziamento socialecosì necessario per fermare la trasmissione della malattia.

Proteggere i diritti e la salute di ogni singolo individuo – includendo rifugiati e tutte le persone con storie di migrazione – permetterà di contenere e ridurre la diffusione del virus. Perciò è di vitale importanza che i piani nazionali di risposta al Covid-19 prevedano anche per persone migranti e rifugiati la possibilità di avere accesso ai servizi medici, alle misure di prevenzione, ai test e alle terapie. In particolare per quanto riguarda la possibilità di vaccinarsi, questa categoria di persone in Italia continua ad essere dimenticata: più di mezzo milione di persone, che rischiano di essere inserite per ultime nella lista della campagna di vaccinazione, o addirittura di esserne totalmente escluse.

La campagna vaccinale è stata studiata dettagliatamente. Non tutto sta andando come avrebbe dovuto, sia per il non rispetto dei contratti da parte delle aziende farmaceutiche, sia per la disomogeneità e disorganizzazione a livello regionale, in Lombardia prima di tutto.

Nelle lunghe pagine della campagna, però, non si parla mai di vaccino anti-Covid agli immigrati. Non è stato neppure pensato un percorso specifico per loro: per vaccinarsi serve una connessione internet, una tessera sanitaria, un documento d’identità e un medico di famiglia. E chi non ha nulla di tutto questo, semplicemente non può prenotare la vaccinazione. Tra l’altro, prima della pandemia il nostro Piano nazionale della prevenzione vaccinale proponeva di «contrastare le disuguaglianze promuovendo interventi vaccinali nei gruppi di popolazioni marginalizzati o particolarmente vulnerabili».Quindi anche «gli immigrati, soprattutto se irregolari, e i rifugiati, ma anche le diverse etnie di popolazioni nomadi (Rom, Sinti) e i soggetti senza fissa dimora». Perciò escludere queste categorie a rischio dalla vaccinazione anti-Covid è in contrasto non solo con le prescrizioni delle organizzazioni sanitarie internazionali, ma anche con gli obiettivi dei precedenti piani vaccinali italiani.

Peraltro, non vaccinare i migranti irregolari espone a enormi rischi anche il resto della popolazione. Tra chi non ha una casa, e spesso nemmeno un documento d’identità, il Covid-19 è molto più difficile da tracciare, identificare, isolare. Perciò il virus continua a circolare e mette in pericolo la salute collettiva. 

Sono mesi che l’Oms e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie rimarcano l’importanza di garantire l’accesso al vaccino anti-Covid anche agli immigrati, ai rifugiati, ai richiedenti asilo. In tutta Europa solamente la Germania ha annunciato una corsia dedicata per sottoporre gli immigrati al vaccino anti-Covid.

Sono mesi che si è evidenziata l’importanza di campagne di vaccinazione estese a tutti i continenti e a tutte le nazioni, quindi a tutte le popolazioni, incluse quelle che – per condizioni politiche, economiche o territoriali – avranno minori opportunità di reperire i vaccini a prezzi di mercato. Questo non solo per ragioni umanitarie, ma anche per evitare il proliferare di varianti del virus che lo rendano più minaccioso anche dove le misure prese siano riuscite ad arginarne la diffusione. Ciononostante, poco si è fatto finora per garantire il diritto alla salute di vaste masse di persone e, in prospettiva, dell’intero pianeta. Un disastro annunciato che rischia di sommarsi agli altri gravissimi problemi che spingono migliaia e migliaia di persone all’emigrazione.

Ora più che mai, il nostro obiettivo principale deve essere la difesa della vita di tutti, indipendentemente dallo status giuridico delle persone. Lasciare indietro chi è più vulnerabile e in condizione di emarginazione offrirebbe al Covid-19 un lasciapassare per continuare a circolare non solo tra le comunità meno protette, ma nell’intera società.

Perché nessuno di noi sarà al sicuro finché non saremo tutte e tutti al sicuro.

Como senza frontiere

10 aprile 2021

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