Quando lo straniero è italiano

3 Euro all‘ora. È questa la cifra che alcuni italiani si sono ritrovati in tasca dopo un mese di lavoro a Monaco di Baviera. Avevano un contratto come lavoratori temporanei.

Siamo nel 1972 quando il Parlamento della Germania Ovest approva la legge Arbeitnehmerüberlassungsgesetz, AÜG) che regolarizza il lavoro temporaneo. Nel corso di questo mezzo secolo la normativa è stata più volte riformata; la sua ultima versione è datata aprile 2017. Tra i principi fissati dalla legge, due sono particolarmente rilevanti: un lavoratore non può essere affittato alla stessa azienda per più di 18 mesi e, soprattutto, dopo nove mesi continuativi di lavoro, sempre presso lo stesso datore, deve scattare la parità salariale (equal pay). Almeno sulla carta. Nel frattempo operano sul territorio federale tedesco 11.500 agenzie di lavoro temporaneo, che gestiscono 784.000 lavoratori “in affitto”. Il 40% di questi sono stranieri.(Fonte: Ufficio federale di statistica, giugno 2021). Nonostante però siano passati cinquant‘anni dalla sua legalizzazione, rimane aperta in Germania la domanda, e il dibattito, se l‘occupazione interinale sia un trampolino di lancio verso il mondo del lavoro o una trappola senza prospettive dalla quale non si esce. Da un lato la soddifazione di molti che, pur non avendo particolari qualifiche, trovano un‘occupazione e riescono ad andare avanti, fino ad essere definitivamente assunti. Dall‘altra le denunce di coloro che, allo scattare del nono mese di lavoro, vengono puntualmente licenziati, lasciati tre mesi in disoccupazione e poi riassunti. O che subiscono abusi, come quello di vedersi i giorni di malattia convertiti in ferie. E poi c‘è la vicenda inquietante, per alcuni versi drammatica, di alcuni lavoratori italiani che hanno vissuto sulla propria pelle un‘esperienza negativa. Quattro di loro, Antonio, Mauro, Paolo ed Anna (nomi di fantasia) hanno voluto raccontatarmi la loro storia. Soprattutto perché altre persone non commettano il loro stesso errore. 

Siamo a novembre 2021 quando le loro vite si incrociano. Per un paio di mesi si troveranno a condividere lo stesso destino, tanto da poterlo riscrivere e raccontare in un medesimo copione. Sono originari dalla Campagma, dall‘Emilia Romagna, dalla Lombardia e dalla Sardegna, e hanno tra i 30 e i 60 anni. Un disperato bisogno di lavoro li accomuna, così che si affidano a portali online, o a pagine Facebook, alla ricerca di proposte dalla Germania. Con la certezza che, se arrivano da questa terra, non possono essere che serie e affidabili. Il meccanismo nel quale tutti e quattro si imbattono è piuttosto semplice: la loro attenzione viene catturata da un‘offerta di lavoro per operai generici. Non viene richiesta nessuna conoscenza della lingua tedesca, non serve nessuna esperienza o qualifica professionale, si deve solo essere cittadini di uno stato dell‘Unione Europea. Il compenso promesso è di 10 euro all‘ora, con la possibilità di un alloggio. Per candidarsi basta contattare un numero whatsapp, nulla di più semplice e veloce. Nel giro di due giorni, dal numero Whatsapp contattato, arriva la conferma  che la candidatura è stata accettata e che già si può iniziare a lavorare sin da subito. L‘invito è quello partire il prima possibile. Nessun accenno al tipo di trattamento lavorativo o al contratto che verrà sottoscritto: le uniche informazioni fornite sono quelle che il contratto è a tempo determinato (un anno), che si verrà alloggiati in un hotel e il tipo di mansione che si andrà a svolgere. Come magazzinieri in una ditta d‘abbigliamento, ad esempio, o nel reparto produzione ed imballaggio di una ditta alimentare o di un supermercato online. Una volta comunicato il giorno di arrivo, si viene inseriti in un gruppo Whatsapp, nominato con la data della giornata, e si viene invitati a farsi trovare in un parcheggio della città  di Monaco ad una determinata ora. Qui si fa trovare un pulmino bianco, con targa ucraina, che raccoglie le persone convocate. Tutti italiani. Prima di salire sul mezzo, la prima richiesta: all‘autista devono essere versati 250 euro in contanti. Sarebbero il compenso per le spese che l‘agenzia ha sostenuto per fare da tramite con l‘azienda presso la quale si lavorerà e per sbrigare pratiche e formalità burocratiche. Anche se richiesta con insistenza, non viene rilasciata nessuna ricevuta. Dunque nessuna tracciabilità del denaro versato. Poi il viaggio verso l‘hotel, dove si viene sistemati in una camera doppia insieme ad una persona sconosciuta. Un letto, mezzo armadio a disposizione, se si ha fortuna un armadio tutto per sé e la cucina in comune. Chi non se la sente di condividere la camera, può ottenere la singola, ovviamente pagando di più. La camera doppia costa 10 euro a notte nei giorni in cui si lavora, 15 i giorni in cui si è di riposo. Ovviamente si ha diritto all‘alloggio finché si lavora per conto dell‘agenzia interinale, altrimenti si hanno tre giorni di tempo per lasciare la stanza. Non c‘è nessun contratto diretto con l‘albergo e quindi nessuna ricevuta per il soggiorno: i costi dell‘alloggio vengono trattenuti direttamente dallo stipendio mensile: circa 400 euro per la doppia, circa 700 per la singola. A Monaco di Baviera siamo in piena pandemia Covid, con i dati dei contagi ogni giorno schizzano sempre più in alto. Eppure nessuna regola di distanziamento e prevenzione viene rispettata. Il giorno successivo arriva di nuovo il pulmino bianco e si viene portati all‘agenzia di collocamento per firmare il contratto: nonostante negli annunci i nomi dell‘agenzia siano diversi, tutti si ritrovano nello stesso ufficio. Il contratto è naturalmente stilato in lingua tedesca e le persone che appongono la propria firma non capiscono davvero cosa stanno firmando. Solo qualche spiegazione, a voce, in lingua italiana: 8 ore al giorno di lavoro, 5 giorni la settimana, due pause da 30 minuti ciascuna e la possibilità di fare, al massimo, 90 minuti di straordinari. Vengono fornite un paio di scarpe da lavoro e, per il primo mese, un abbonamento per raggiungere con i mezzi pubblici il luogo di lavoro: ovviamente tutto verrà scalato dallo stipendio. Poi si inizia a lavorare. L‘ambiente e le condizioni non sono male, anche se le ore di straordinario, imposte di fatto dalle aziende, superano di gran lunga quelle previste. Nonostante Antonio, Mauro, Paolo ed Anna vengano dislocati in ditte diverse, ancora un altro dato li accomuna: i loro colleghi di lavoro sono per la maggior parte cittadini dell‘Europa dell‘Est (bulgari, rumeni, ungheresi). Nulla di male, se non fosse che anche loro non parlano tedesco e sono lavoratori in affitto. Nel corso dello stesso mese alcuni di loro non si vedono più. Al loro posto ne arrivano altri, sempre comunque stranieri. Ma la vera sorpresa arriva a metà mese con la busta paga. Lo shock è per per tutti identico: per 40 ore di lavoro, più gli straordinari effettivamente lavorati, lo stipendio netto si aggira intorno ai 500 euro. Oltre ad essere stati sottratti i costi per l‘hotel e per l‘abbonamento mensile, in busta paga ci sono una serie di trattenute incomprensibili, oltre l‘ingiustificato inquadramento nella classe di tassazione più onerosa, prevista per chi svolge più lavori in contemporanea, che comporta trattenute fino al 60% dallo stipendio. La rabbia e le proteste rivolte all‘agenzia interinale non portano a nulla, se non alla promessa verbale che, prima o poi, i soldi decurtati per sbaglio, verranno ricalcolati e restituiti. A questo punto i destini di Paolo, Antonio, Mauro e Maria prendono strade diverse. Paolo viene licenziato. Nessuno però lo avvisa; la mattina, quando si presenta in fabbrica, il capo reparto gli comunica che non è più nel piano di lavoro e che può anche tornarsene a casa. È senza soldi e senza prospettive. Per un mese di lavoro ci ha rimesso soldi di tasca sua, anziché guadagnarne. Rimane a Monaco ancora due giorni, di più non potrebbe restare anche perché non ha più un posto dove dormire. Con il primo volo utile torna in Sardegna, rassegnato all‘idea che “piuttosto che lavorare come schiavo in Germania tanto vale farlo a casa propria. Mauro, che ha già sessantanni, subisce un incidente sul posto lavoro: viene investito da un muletto e si fa piuttosto male. Nessuno lo porta da un medico, se non un collega italiano che si offre di accompagnarlo. Rimanere nel capoluogo bavarese ancora tre settimane poi, preso dallo sconforto e dall‘indignazione per il silenzio dell‘agenzia di collocamento di fronte alle sue domande sul suo stato di malattia, sale sul primo Flixbus e torna a Varese. Antonio, che qualche parola di tedesco la mastica, riesce farsi ristemare, in parte, il contratto di lavoro. Stringe i denti nella speranza, trascorsi i 9 mesi, di ottenere prima la parità salariale e poi l‘assunzione diretta. E infine Maria, che dopo continui litigi con l‘agenzia interinale per via della sua busta paga, mai trasparente e chiara, si licenzia. Ma non si da per vinta. Mentre si cerca un altro lavoro a Monaco, inizia una battaglia legale per denunciare i meccanismi, le scorretezze e “la truffa”, di cui lei e gli altri suoi compagni di sventura sentono di aver subito. E di cui, probabilmente, anche altri italiani sono stati vittime, o possono potenzialmente diventarvi. Si rivolge al Comitato degli Italiani all‘Estero (Com.It.Es.) di Monaco di Baviera, organismo elettivo presente in ogni Circoscrizione consolare, per chiedere consiglio e aiuto. Grazie all‘intervento della Presidente del Com.It.Es, che si coordina con lo sportello Faire Mobilität Stelle del sindacato DGB, agli inizi del mese di luglio 2022 viene inoltrata  una denuncia alla locale Procura. Se la Procura riterrà che sussistano gli elementi per procedere e quali saranno gli esiti, rimane ovviamente una risposta aperta. Di certezza ve ne è una sola: un annuncio, identico a quello a cui hanno risposto  Antonio, Mauro, Paolo ed Anna, lo si può leggere ancora oggi sul web. L‘importante è non rispondere! [Luciana Mella, ecoinformazioni]

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